cd retriever

GENTILI E BASTARDI

L'articolo di WaggingWEB

Qui il testo della mail di protesta all'articolo, “Addestramento e violenza… Non sono sinonimi!”
publicato su Ti presento il cane (rivista di cultura cinofila). N. 3 Marzo 2005.

Seguono altre lettere su questa situazione


Addestramento e violenza, una replica
La prima volta che ho letto il Suo articolo “Addestramento e violenza…” sul n. 3 della rivista “Ti presento il cane” ho pensato di leggere uno scritto in tedesco, ed io il tedesco (purtroppo) non lo conosco, infatti sono rimasto sconcertato, pensavo di non aver capito nulla. Allora l’ho riletto altre volte ed ad ogni lettura si confermavano le mie paure. Ora posso affermare che, a mio avviso, il Suo lavoro è un pessimo servizio alla cinofilia italiana che di tutto ha bisogno tranne che di articoli come il Suo. Ma cominciamo dall’inizio.
Durante la lettura del Suo articolo mi pareva di sentire il primo addestratore che ha fatto scuola di obbedienza a me e al mio cane. Infatti è della Sua stessa “linea di pensiero” e La citava quale esempio di competenza. Anche lui ha più di dieci anni di esperienza come allevatore e addestratore “all round”. Quando ho acquistato da lui il mio cucciolo di Golden mi è sembrato naturale e logico seguire le sue lezioni. E allora giù con gli indispensabili strattoni allo strozzo, il comando dovutamente urlato e perentorio “PLATZ!” accompagnato dai chiarificatori pugni al fianco e sul tartufo, le tecniche tirate di collo verso l’alto per ottenere il seduto e così via. E quando un soggetto dimostrava irrequietezza, disobbedienza o non sufficiente velocità di risposta…voilà, un bel collare con le punte e la gerarchia e l’ordine erano ristabiliti! Se però il cane rispondeva adeguatamente “bravo!” e alè una “carezzona”. Mica ci si chiedeva se era d’accordo anche la povera bestia di farsi “accarezzare” dopo le strapazzate, era la grandiosa gratificazione sociale elargita dal capobranco! A suo dire, anche il mio addestratore era come Lei: non aveva bisogno di “metodi”, il rapporto con i cani è una predisposizione naturale…beati Voi che avete questo dono. Dopo quattro anni sono stato promosso sul campo “allievo istruttore”, ma nel frattempo ho studiato testi di K.Pryor, K.Lorentz, B.Gallicchio, B.Skinner, W.Campbell, F.Brunner, L.Ginoulhiac e altri, ho applicato le metodologie che suggeriscono, ho visitato qualche sito Internet e contattato qualche addestratore (come dice Lei 2 o 3, mica di più!). Diversamente da Lei, non mi reputo affatto un esperto infallibile, ma ho visto che col “metodo tradizionale” (applicato più o meno “gentilmente”) si può ottenere l’obbedienza al guinzaglio ma si mette il cane in una condizione di sudditanza e il proprietario si predispone a dire “il cane non obbedisce perché è un testone!” o “è dispettoso!” autoassolvendosi da ogni colpa e se non cava un ragno dal buco, quando non ne può proprio più…ci sono sempre gli autogrill o le campagne. Altroché “buon rapporto” uomo-cane, sarebbe più corretto chiamarlo rapporto padrone-servo. Allora ho cercato in tutti i modi di convincere l’addestratore a cambiare metodo, eliminando strumenti di punizione e coercizione e cercando di stimolare i proprietari ad approfondire la conoscenza dei loro cani: tempo perso; così me ne sono andato, rinunciando anche ad una buona entrata economica.
Secondo la Sua logica io cosa sono? Un pirla perchè ho cambiato metodo (con grandissima soddisfazione mia e del mio cane, che ora è molto più sereno e propositivo, e di tutti quelli che fanno la stessa strada)? Uno sfigato perchè non ho trovato l’addestratore giusto?
Lei afferma, e lo condivido pienamente, che la gente comune (immagino si riferisca a chi non ha cani o li ha ma non si è mai avvicinato alla cultura cinofila) ha una gran confusione. Lei afferma anche, e non ho motivo di dubitarne, che conosce in Italia molti campi dove si usa la violenza per addestrare i cani e che andrebbero denunciati. Afferma anche che il collare elettrico (che dice non essere poi sta gran tortura) può essere usato per addestrare al richiamo e cani problematici, ma solo se messo in mani esperte. Afferma però che veri esperti ce ne sono pochi, e Le credo, ma mi trovi un addestratore, uno solo, che dica “io non so fare il mio lavoro”. Mi corregga se ho sbagliato.
Dal Suo articolo traspaiono alcuni aspetti: la superficialità della Sua conoscenza del “metodo gentile”, una certa presunzione e una buona dose di superbia: tutti elementi che sono incompatibili con la posizione che occupa. Lei è Direttrice di una rivista, ha quindi un grande potere ma anche una grande responsabilità.
Si rende conto di avere, fra le altre amenità, di fatto legittimato l’uso di uno strumento PERICOLOSO per la salute, non solo fisica, del cane? Lo sa che una corrente non molto superiore a quella emessa dai collari elettrici può uccidere una persona di 70 Kg? Se non ne è convinta, abbia l’umiltà di informarsi con più rigore tecnico-scientifico ma NON provi realisticamente su se stessa uno di quei prodotti, si farebbe male. Faccia una piccola ricerca in Internet e vedrà che sulle centinaia di siti (associazioni cinofile, veterinarie, culturali, professionali, semplici amanti dei cani,…) che parlano dei collari elettrici solo alcuni li apprezzano: chi li vende! Quindi mi aspetto una pagina pubblicitaria di questi bei prodotti sulla Sua rivista. Alla faccia delle belle parole dei primi numeri! Perché, come dice Lei, “la giustizia è una bella cosa ma è bello anche arrivare alla fine del mese” (proprio una giornalista d’assalto). Ma per questo non conti su di me e, credo, nemmeno sulle persone che conosco e sui soci delle Associazioni cinofile di cui mi pregio far parte, gente che sarà anche “confusa” dal servizio di Striscia sulle torture al Pastore Tedesco, ma che capisce quando si supera un certo segno, come ha fatto Lei con questo articolo, così non leggerò più la Sua rivista finchè sarà Lei a dirigerla, a meno che non dia subito altrettanto spazio e dignità a chi non la pensa come Lei.
Con rispetto ma senza stima.
4 marzo 2005
Marco Martini

Il giudizio sui "gentilisti"
Ho per caso letto l’articolo pubblicato da V.R. in merito alle varie metodologie usate per addestrare un cane, l’articolo intitolava: “Addestramento e violenza…non sono sinonimi” (Ti presento il cane - Marzo 2005).
Dopo aver sgranato gli occhi , e dopo aver avuto e la necessità di rileggere l’articolo innumerevoli volte ho deciso di scrivere una lettere di risposta.
Credo che la Giornalista si sia soffermata più a giudicare le persone che praticano e credono ciecamente nel “metodo gentile” piuttosto che spiegare su quali principi esso si fonda; forse perché lei stessa non si è presa la briga di approfondirli.
Leggendo e rileggendo l’articolo ho percepito una sensazione di polemica più che di chiaro confronto tra due pensieri diversi. Ho trovato molto poco esaustive le motivazioni che spingono a scegliere il “metodo tradizionale”, sembravano tante frasi iniziate e mai finite. Forse perché l’intero articolo era fondato più sul giudicare noi “gentilisti” , forse qualcuno nello specifico, che a dare reali motivazioni.
Pratico attività agonistica cinofila da oltre 7 anni, felice di aver trovato le persone giuste che hanno saputo indirizzarmi nell’insegnare al mio cane i comportamenti che gradivo usando il tanto discusso “metodo gentile”.
Credo che di per se, sia la parola gentile, quella che suscita enorme scalpore e fastidio.
La parola “gentile” implica non violenza. ( gentile: di chi ha maniere garbate e affidabili nei confronti con gli altri. Zanichelli 2001). Mi spiace pensare che ci siano ancora persone che vogliono “dominare” il loro cane e che, praticare la gentilezza andrebbe a compromettere la loro virilità. Credo che la parola gentile sia però solo uno dei tanti vocaboli che potevamo usare per andare descrivere una vera e propria filosofia di rapporto e comunicazione con il cane.
Da ciò deriva la necessità di una profonda riflessione su quali siano le basi della metodologia in questione.
Gentilezza non vuole dire mancanza di regole e fermezza (cito le parole di una persone che stimo profondamente).
Gentilezza non vuol dire essere dei mollaccioni e mielosi proprietari di cani che pur di non usare la violenza lasciano che il cane prevalga su di loro.
Gentilezza è la coscienza che possiamo insegnare, comunicare e divertirci con i nostri beniamini utilizzando quelle che sono le loro capacità di apprendimento e ragionamento. Gentilezza significa insegnare al cane che esistono comportamenti vantaggiosi per lui e per noi, che lo stare vicino a noi è assolutamente gratificante ma soprattutto stimolante.
Si, stimolante, perché è la stimolazione mentale il perno attorno al quale ruota l’educazione gentile, riuscendo a far diventare molti padroni di cani delle ottime guide per i loro animali usando in maniera corretta gli strumenti di cui sono in possesso: gioco, cibo e…tanto, tanto amore.
Mi perdonerete se mi dilungherò in una piccola digressione, ma sono convinta sia necessaria, per meglio capire il perché adoro in maniera assoluta il metodo gentile. Studio psico-biologia, e anni fa ho avuto la fortuna di occuparmi di alcuni bambini(5) come insegnante di sostegno. Il problema di questo bimbi non era un handicapp bensì la difficoltà di apprendimento e quindi uno sforzo immenso nel seguire le lezioni.
Le maestre avevano la delicatezza di definire questi bimbi “stupidini”, termine che mi inorridiva.
Decisi di aiutarli anche nei compiti a casa, sforzandomi come meglio potevo di inventare modi sempre nuovi per facilitare la comprensione della matematica o della geometria, o stimolare la loro mente nel ricordare meglio le lezioni di storia piuttosto che geografia. Ricordo benissimo che alle volte con alcuni di loro dovetti spiegare la stessa cosa(i decimali) in 10 modi differenti per trovare finalmente una spiegazione che loro potevano capire, accettare e mettere in pratica.
Ma la cosa che per me fu drammatico constatare era che tutti questi bambini vivevano in contesti famigliare privi di ogni forma di stimolazione mentale.
Attenzione, non parlo di cattivi genitori, non parlo di sevizie, tutt’altro.
Mi rivolgo ad una forma di blocco mentale.
Parlo di genitori che non motivano i loro figli, di genitori che non rinforzano nessun sforzo del bimbo nell’imparare, parlo di genitori che il più delle volte per educare bloccano le azioni indesiderate senza preoccuparsi di spiegare quale fosse il comportamento migliore e maggiormente appagante. Genitori che hanno dalla loro parte solo l’uso della forza, anche se non posso parlare di violenza, piuttosto che dell’intelligenza e della stimolazione.
Sta di fatto che potevano sgridare, punire i loro figli quanto volevano e senza nessuna intenzione di fargli del male che non sarebbero riusciti a fargli risolvere i problemi di matematica né acquisire la conoscenza di qual è la capitale d’Italia, non essendo loro in prima linea a spiegarglielo ed aiutarli nell’usare la loro potenzialità mentale.
Credo, e mi scuso se offenderò qualcuno, possa esser fatto un paragone con l’educazione dei nostri cani.
Trovo veramente assurdo punire un cane senza fornirgli una scelta più vantaggiosa. A dire il vero trovo demenziale la punizione, di per se, ma purtroppo c’è ancora chi pensa che sia necessaria. Inorridisco nel pensare che se il mio cane non fa qualcosa che io gradisco, una delle soluzioni che mi vengono offerte siano l’uso del collare elettrico o delle leggere strattonate risolutrici.
Emetto una piccola scossa e il cane si comporta come io desidero. Lo strattono e il cane non tira più.
Sembra magia! Sbagliato, è stregoneria!
Mi spiace, ma la scienza insegna altrimenti.
In psicologia esiste un meccanismo di apprendimento definito “apprendimento per evitamento”, dove l’animale impara a evitare la shock della punizione, prima che questa si verifichi, proponendo il comportamento vantaggioso appreso.
Il problema sta nel fatto che prima che l’animale abbia imparato ad evitare la punizione, nel nostro caso la scossa elettrica, la punizione deve durare tutto il tempo necessario alla proposizione del comportamento desiderato e solo allora cessare.
E’ abbastanza ovvio, che dopo poche volte di trattamento, l’animale agisce prontamente prima che arrivi la punizione, mica scemo!!!!
Lo stesso vale per lo strattone, se questo non è forte, ma forte, forte…non serve a nulla.
Altra notizia importante che arriva dal mondo della psicologia è che la punizione incorre in quello che viene chiamato assuefazione. Prima o dopo l’animale si abitua alla punizione e questa perde d’efficacia. La soluzione starebbe allora nell’aumentare il grado di durezza della nostra punizione giorno dopo giorno se non otteniamo ciò che vogliamo?
Mi chiedo allora, dobbiamo arrivare ad ammazzare il nostro cane?
Lascio giudicare a voi.
Con queste mie parole ho voluto solo chiarificare in maniera un po’ più dettagliata quelle che sono le due diverse filosofie di pensiero che mettono in comunicazione l’uomo con il cane. Due diversi approcci a due mondi con una gran bisogno di inter-relazione sociale.
Non voglio giudicare nessuno, ho perso grazie a Dio questo vizio un po’ di anni fa, vorrei solo che molte persone si soffermino a pensare su quanto detto. Vadano in campi di addestramento dove il “metodo gentile” si pratica in maniera corretta, e in campi dove viene usato il “metodo tradizionale” e traggano le proprie conclusioni con la consapevolezza di aver scelto in maniera ragionevole.
Confido nell’intelligenza di tutti i cinofili di affrontare le loro scelte correttamente e consciamente, con la capacità di esporre i motivi delle loro decisioni.
Cordiali saluti
Erika Tramarin

Contraddizione e confusione
Su tanti articoli di cinofilia letti devo dir la verità non mi è mai capitato di imbattermi in una persona così contraddittoria e molto confusa su quello che è l’intero ambiente cinofilo; per non parlare del terribile umorismo sforzato, dato da un’ira forse derivata dal fatto che molte persone stanno vedendo il loro compagno a 4 zampe non come un animale da costringere a fare qualcosa perché noi glielo chiediamo, bensì come un amico con il quale convivere e collaborare nel migliore dei modi rispettandosi e divertendosi insieme. Io personalmente alle persone che reputo amiche non ho mai pensato di dare delle “leggere strattonate” ai capelli per convincerle a mangiare una pizza insieme…..se lo avessi fatto le avrei sicuramente perse e nel peggiore dei casi avrei ancora un occhio nero.
Perché contraddittoria e confusa?
“Il cane deve obbedire perché sa che se obbedisce farà felice il suo conduttore” … bene quale modo migliore per provare ciò se non lasciare libero il cane e richiamarlo con un semplice vieni? A quanto pare il povero cane della scrittrice non era molto interessato a renderla felice visto che era costretta a lanciare catenelle per farlo tornare, quindi, in questo caso, è veramente gratificante questa felicità? Di certo non si era posta questa domanda prima di lanciare le catenelle.
Pensate di dover andare in passeggiata con il vostro cane e di dover aver bisogno di richiamarlo per almeno 10 volte, con il metodo di Valeria Rossi dovreste avere una valigia piena di catene avendo poi la sua stessa mira! Io preferisco tenere nella tasca un paio di bocconcini è più comodo per me e molto più piacevole per il mio cane.
Per fortuna la catenella per problemi tecnici di abilità è stata eliminata ma è subentrato uno strumento ancora più spiacevole per il cane: il collare elettrico…..mi vengono i brividi solo a pensarci. Chi usa questo metodo sul vieni
1) non ha rapporto con il suo cane….(esaminare il perché.)
2) è una persona pigra, in quanto è molto più facile premere un bottone di un telecomando piuttosto di piegarsi a terra amichevolmente con un bocconcino in mano. (provare per credere.)
3) non ama il suo cane (è la cosa più terribile.)
Per fortuna questa addestratrice lo usa solo in questa situazione perché per le altre basta dare qualche “leggera strattonata o una sgridata o una presa di muso”.
Molte persone sono convinte che con queste coercizioni riescono ad avere il controllo sul loro cane ma è una convinzione data dalla nostra coscienza di essere degli individui più forti rispetto al cane.
Provate ad immaginare se al posto del cane l’uomo avesse un dinosauro, io non mi sognerei nemmeno di mettergli un guinzaglio, perché ad ogni suo girare il collo per guardare nella direzione opposta farei un volo di 30 metri!
Per concludere dando una benedizione come fa un prete alla fine della Santa Messa:
auguro a tutti di essere illuminati sulla strada di Damasco….alleluia alleluia.
Antonella Curci