cd retriever

COSA DICE LA LEGGE:
CANI IN CONDOMINIO, DANNI A TERZI


IN CONDOMINIO

Nel Codice Civile l’animale domestico è considerato un res, cosa mobile non registrata (cosa mobile registrata è un’automobile, cosa immobile è un’abitazione); l’anagrafe canina è cosa diversa dalla registrazione di talune cose mobili; quindi, un cane in appartamento è uguale, per la legge, ad un pianoforte: nessuno può impedire ad un’altra persona di possedere un pianoforte, ma il suo uso può essere fatto oggetto di disciplina da parte del giudice. Così come non è possibile suonare il proprio pianoforte alle due della notte, alla stessa maniera non è possibile che il proprio cane abbai ogni volta che qualcuno entra nel portone o sporchi nelle parti comuni del condominio.
Ecco dunque che il condominio può agire in giudizio al fine di ottenere la cessazione delle molestie o delle immissioni causate dagli animali.

Ecco come la legislazione italiana regola la presenza di cani in condominio:

- l’assemblea, con voto di maggioranza, non può imporre a un condomino il divieto di detenere cani negli appartamenti, ma occorre che il divieto sia contemplato dal regolamento condominiale (Trib. Parma, 11 novembre 1968). La delibera assembleare di approvazione del regolamento di condominio presa a maggioranza è invalidata, perché è limitativa delle proprietà individuali, nella parte in cui vieta ai condomini di tenere cani anche nelle logge e nei terrazzi (Trib. Messina, 8 aprile 1981)
La detenzione di animali in un condominio, essendo la suddetta facoltà un’esplicazione del diritto dominicale, può essere vietata solo se il proprietario dell’immobile si sia contrattualmente obbligato a non detenere animali nel proprio appartamento, non potendo un regolamento condominiale di tipo non contrattuale, quand’anche approvato a maggioranza, stabilire limiti ai diritti o ai poteri dei condomini sulla loro proprietà esclusiva (Trib. Piacenza, 10 aprile 1990).

- qualora una norma contenuta in un regolamento condominiale vieti la detenzione di animali che possono turbare la quiete o l’igiene della collettività, il semplice possesso di cani o di altri animali non è sufficiente a far incorrere i condomini in questo divieto, essendo necessario che si accerti effettivamente il pregiudizio causato alla collettività dai condomini sotto il profilo della quiete o dell’igiene (Pretura civ. Campobasso, 12 maggio 1990)
Per il disturbo alla quiete la norma di riferimento è l’art. 844 del Codice Civile, al cui primo comma si legge: “Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità avuto anche riferimento alla condizione dei luoghi”.
Secondo sentenza della Corte di Cassazione, “il limite di tollerabilità... ha carattere non assoluto, ma relativo, nel senso che deve essere fissato con riguardo al caso concreto, tenendo conto delle condizioni naturali e sociali del luogo, delle attività normalmente svolte, del sistema di vita e delle abitudini della popolazione.” L’art. 659 c.p. recita: “Chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a lire seicentomila”.

Il semplice possesso di un cane non è sufficiente a far incorrere il condominio in un divieto, poiché occorre che chi agisce in giudizio dimostri che il cane turba la quiete o compromette l’igiene della collettività. Il Giudice, in tal caso potrà, con un provvedimento di urgenza ex articolo 700 del Codice di Procedura Penale, disporre l’allontanamento dell’animale, affidandone la custodia ad enti specializzati, con divieto assoluto di ritorno nell’edificio condominiale: così ha deciso il Tribunale di Napoli con la sentenza dell’8 marzo 1994.

DANNI A TERZI

L’articolo 2025 del Codice Civile recita: “Il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse sotto la sua custodia sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”. Nel caso fortuito rientra ogni evento imprevedibile ed inevitabile, estraneo al rischio tipico collegato al fatto storico dell’uso di un animale.
Tra i casi fortuiti si ha il cane affidato a persona il cui mestiere preveda la custodia dell’animale, come il veterinario o il toelettatore, la legittima difesa o il furto, la violazione di una proprietà o di un’abitazione (purché sia precisato in modo visibile che esse sono custodite da un cane mordace), la forza maggiore, il caso in cui il cane sia attaccato da un suo simile o da qualsiasi altro animale nella misura in cui la responsabilità dell’aggressore sia ben stabilita.

Sono escluse dalla nozione del fortuito le circostanze in cui il cane si sia incattivito improvvisamente o che si sia riuscito a liberare del guinzaglio o della catena. Secondo sentenza della Corte di Cassazione: “Il solo affidamento per ragioni di custodia, cura, governo, o mantenimento, non costituendo trasferimento del diritto di usare gli animali al fine di trarne vantaggio, non sposta a carico di terzi la responsabilità per i danni cagionati dagli animali stessi.”

C’è la possibilità di tutelarsi con una polizza assicurativa per la responsabilità civile contro i terzi, che copre i danni provocati dall’animale in quanto considerato componente del nucleo familiare, o con una polizza per animali domestici. E’ importante verificare l’entità del massimale, che deve garantire una copertura adeguata nell’ipotesi di sinistri che comportino lesioni gravi.